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Paragrafo 5 . Gli esclusi dallo sviluppo: il Terzo mondo.

     
Da quello sviluppo economico, che favoriva la diffusione del benessere
in   Europa,   in   America  settentrionale  e  in   Giappone,   rest
completamente  esclusa  la  maggioranza  della  popolazione  mondiale,
quella  cio  del cosiddetto Terzo mondo. Tale espressione  era  stata
usata per la prima volta nel 1952 dal demografo francese Alfred Sauvy,
per designare quei paesi, emersi sulla scena internazionale in seguito
alla decolonizzazione, che non appartenevano n al mondo comunista  n
a  quello  capitalista e che, come il terzo stato  dell'ancien  rgime
(borghesi e artigiani prima della Rivoluzione francese), erano stati a
lungo  emarginati, sfruttati e disprezzati. Il termine ha poi indicato
l'insieme   delle  nazioni  asiatiche,  africane  e  latino-americane,
caratterizzate da un cronico sottosviluppo economico.
     Una  delle  cause  di  tale perdurante arretratezza    stata  il
neocolonialismo,  che ha impedito la completa emancipazione  delle  ex
colonie, sottoponendole
     
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     a  nuove  forme  di  sudditanza. La mancanza di capitali,  quadri
dirigenti  e  capacit  tecniche  ha  determinato  la  dipendenza  dai
mercati,  dalle  compagnie  commerciali e dall'organizzazione  tecnica
occidentali, che hanno deciso prezzi, quantit e tipo di  prodotti  da
imporre  sui  mercati  mondiali. I paesi del Terzo  mondo  sono  stati
relegati  al  ruolo di esportatori di materie prime  a  basso  prezzo;
quindi, privi di industrie di trasformazione, sono stati costretti  ad
importare  manufatti dai paesi industralizzati a prezzi  crescenti  in
proporzione maggiore rispetto a quelli delle materie prime esportate.
     Per  ottenere questi privilegi economici, le imprese  e  i  paesi
occidentali hanno spesso esercitato pesanti interferenze politiche  ed
approfittato delle divisioni etniche e religiose. La subalternit  dei
paesi   asiatici,  africani  e  latino-americani  si    quasi  sempre
concretizzata anche attraverso l'ingresso nell'orbita di una delle due
superpotenze, le quali se ne sono servite per i loro piani strategici.
Anche  i  paesi non allineati non sono riusciti ad elaborare strategie
comuni  e  a  liberarsi  completamente  dalla  egemonia  sovietica   o
statunitense. In molti stati la scelta di schierarsi in  un  blocco  o
nell'altro  stata accompagnata da guerre civili fra comunisti e filo-
occidentali e, in qualche caso, tra comunisti filo-sovietici  e  filo-
cinesi.
     Oltre  che  dal  neocolonialismo,  lo  sviluppo  economico  e  la
maturazione  politico-sociale sono stati  frenati  da  altri  fattori.
Determinante   stato il ritardo tecnologico: nel 1800  il  70%  della
produzione manifatturiera mondiale proveniva dal Terzo mondo; nel 1900
tale   percentuale  era  scesa  al  10%.  L'arretratezza  tecnologica,
aggravatasi  nel corso del Novecento, ha contribuito ad  emarginare  i
paesi  del Terzo mondo dagli scambi internazionali e a rendere i  loro
sistemi  economici,  basati  sull'esportazione  delle  materie  prime,
fortemente  dipendenti  dalle  fluttuazioni  dei  prezzi  sul  mercato
mondiale.
     Collegata  con  il sottosviluppo economico  anche  l'instabilit
politica.  I  paesi dell'America latina sono stati a lungo travagliati
dal  ripetersi  di  colpi  di stato militari, originati  dai  profondi
squilibri  sociali  e  dai gravi contrasti politici.  L'Asia    stata
turbata soprattutto dai conflitti religiosi: gli attriti tra musulmani
e  ind,  fra  musulmani  sciiti e sunniti, fra  cristiano-maroniti  e
musulmani  hanno  diviso nazioni e provocato guerre  fratricide,  come
quelle  verificatesi in India, nel Pakistan e nel Medio  Oriente.  Non
sono  mancati gli scontri ideologici e nazionali, spesso riconducibili
al  clima  di  tensione  originato dalla guerra  fredda,  come  quelli
avvenuti  in  tutta  l'area indocinese e in  Indonesia.  In  Africa  i
contrasti   etnici,  risalenti  alle  antiche  divisioni   tribali   e
accentuati dall'incerto assetto geopolitico coloniale e postcoloniale,
hanno  spesso  scatenato  sanguinose  guerre  civili.  Questa  cronica
conflittualit  stata spesso alimentata dagli interessi  contrapposti
delle due superpotenze.
     Le  deboli  strutture economiche dei paesi del Terzo  mondo  sono
state  compromesse  anche dalla incontrollabile crescita  demografica,
che   ha   determinato  conseguenze  socio-economiche  particolarmente
negative;  essa infatti non ha solamente fatto calare il rapporto  tra
disponibilit  di risorse e abitanti, ma ha anche provocato  l'aumento
della  quota di popolazione in et non lavorativa: nel 1990 in  Africa
questa era il 93%, mentre in Europa non superava il 50%.
     Si  deve  inoltre  considerare  che,  in  seguito  alla  crescita
demografica, una massa crescente di poveri e diseredati si  riversata
nelle  citt,  andando a vivere in malsane baraccopoli e spesso  anche
lungo  le  strade,  in  condizioni di assoluta  miseria  e  di  totale
emarginazione. Il fenomeno ha assunto ormai proporzioni
     
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     gigantesche: nel 1991 fra le prime dieci citt con pi  di  dieci
milioni  di  abitanti  ben  sette erano del  Terzo  mondo  (Citt  del
Messico,  San  Paolo  del  Brasile, Seul,  Bombay,  Calcutta,  Rio  de
Janeiro, Buenos Aires).
     Nel corso degli ultimi decenni il panorama dei paesi poveri si  
differenziato. Sono in parte emersi gli stati produttori di petrolio e
quelli  del  sud-est  asiatico nei quali  si    verificato  un  certo
sviluppo  nel settore manifatturiero e in quello dell'elettronica.  Un
relativo miglioramento delle condizioni di vita si  registrato  anche
in Egitto, Algeria, Kenia, India, Indonesia, Messico e Brasile. Per le
aree  rimaste  escluse da questi sia pur limitati  progressi    stata
proposta la definizione di Quarto mondo.
     In   realt,   nonostante   le  differenziazioni,   permane   una
situazione di generale arretratezza e il divario tra i paesi ricchi  e
quelli  poveri si  ulteriormente approfondito. La suddivisione  delle
risorse  mondiali   diventata ancora pi iniqua: i  paesi  del  Terzo
mondo, nei quali vive ormai pi del 75% della popolazione del pianeta,
dispongono  del  20% del reddito mondiale. La diminuzione  del  valore
delle   esportazioni  e,  di  contro,  l'aumento   di   quello   delle
importazioni ha fatto paurosamente lievitare il deficit della bilancia
commerciale  dei  paesi  poveri, tanto che il loro  indebitamento  con
l'estero    salito dai 100 miliardi di dollari del 1970 ai  1200  del
1980  e  negli anni Novanta il denaro annualmente trasferito  verso  i
paesi  ricchi ha raggiunto l'incredibile cifra di 63.733  miliardi  di
lire, corrispondente a 120 milioni al minuto.
     Nel  1991  la  mappa della povert assoluta sul pianeta  vede  al
primo  posto  l'Asia meridionale con 350 milioni di  poveri  assoluti,
seguita  dall'Africa subsahariana con 300 milioni, dall'Asia orientale
con 150 milioni e dall'America latina con 100 milioni. Alla povert ed
alla conseguente malnutrizione si sommano le gravi carenze igieniche e
sanitarie:  mentre  nei paesi ricchi il numero di  pazienti  per  ogni
medico    di  460,  in  quelli  poveri arriva  a  13.000.  Una  delle
conseguenze  pi  tragiche  di  tale situazione    la  permanenza  di
un'elevata  mortalit infantile: tra il 1985 e  il  1990  in  numerosi
paesi  del Terzo mondo sono morti tra i 200 e i 318 bambini ogni mille
nati  vivi,  mentre nella maggior parte dei paesi ricchi questi  erano
tra i 7 e i 12. Per sfuggire alla povert, alla fame, all'arretratezza
economica  ed alla guerra una massa crescente di cittadini  del  Terzo
mondo emigra nei paesi industrializzati.
